Violenza sulle donne, restano solo rabbia e sfiducia
di Fiorenza Deriu
I dati sono impressionanti, ma il fenomeno rimane sommerso. E, proprio per questo, alimenta a sua volta sentimenti di vendetta e un senso di abbandono che coinvolge anche le istituzioni
Sicurezza dei cittadini e paure sociali: questi i termini di un dibattito che da alcuni mesi attraversa il nostro Paese, suscitando, da più parti, roventi polemiche sulla presunta crisi delle condizioni di legalità della vita civica e politica.
Legalità democratica intesa come espressione della giustizia sociale, alla quale Stato e cittadini cooperano con la creazione di leggi fondate sull’uguaglianza sostanziale di tutti; che proteggono le fasce più deboli della popolazione dai soprusi e dall’arroganza dei potenti. In questi termini, Stato e cittadini appaiono i due elementi inscindibili e imprescindibili nella realizzazione della legalità e, quindi, della sicurezza del Paese.
Eppure, già da qualche tempo qualcosa sembrerebbe essersi spezzato in questo filo sottile che unisce il Paese ai suoi cittadini.
Molteplici i fatti di cronaca che segnano le prime pagine di quotidiani e informazione televisiva. Svariate le forme di violenza descritte, a volte con un perverso eccesso di particolari che, se da una parte ne amplifica l’effetto mediatico, dall’altra accresce il senso di insicurezza dei destinatari.
Il velo del silenzio
Si prenda la violenza contro le donne. Un fenomeno alla ribalta nell’anno che celebra le pari opportunità tra uomo e donna. Al tema si guarda oggi con rinnovata attenzione, sia sui media che in ambito scientifico. Proprio in questi giorni è stato varato il Piano di azione nazionale contro la violenza alle donne, promosso dalla ministra Barbara Pollastrini, per l’avvio di una strategia complessiva capace di affrontare il fenomeno della violenza dentro e fuori la famiglia con il coinvolgimento di una serie di servizi pubblici e di soggetti istituzionali. Ed è storia recente la manifestazione organizzata a Roma in occasione della Giornata internazionale contro la violenza alle donne, diretta a squarciare il velo di silenzio che accompagna il consumarsi di tali reati contro la donna. Tuttavia, occorre usare prudenza quando si diffondono dati su questi fenomeni, agire con senso di responsabilità. Fare attenzione alle fonti e alle definizioni utilizzate, per evitare di generare allarmismi e suscitare forme di intolleranza che possono rivelarsi fatali nel vivere quotidiano.
È stato addirittura affermato, da nomi autorevoli, che la violenza in famiglia uccide più del cancro. Credo, dunque, sia doveroso fare un po’ di chiarezza.
Qualcosa più che uno sguardo ai dati
Si prendano a riferimento i dati Eurostat e Istat, nonché quelli di fonte Eu-Re.S.
In Italia tra il 2000 ed il 2002 sono morte per tumore in media 2314 donne di età tra i 15 ed i 44 anni; 71 per omicidio. Nell’Europa a 15 il dato relativo allo stesso periodo e alla stessa fascia di età è rispettivamente pari a 14.730 contro 446. Venendo, poi, ai dati Eures, nel 2005 le morti per omicidio volontario sono state complessivamente 601, di cui 132 vedevano una donna in qualità di vittima (22%). Se poi si considera il totale degli omicidi volontari che si sono realizzati in famiglia dal 2000 al 2005, nel giro cioè di sei anni, questi ammontano a 1.190. La numerosità, invece, di quelli che, a prescindere dal luogo in cui si sono verificati, hanno visto una donna come vittima sono 1081. Questo significa che in media ogni anno 180 donne sono rimaste vittima di questo tipo di omicidi. Una ogni due giorni. Di fronte a questi numeri non si può continuare ad affermare che la violenza in famiglia uccide più del cancro. È vero però che il problema della violenza alle donne costituisce un’emergenza sociale.
Esistono varie forme di violenza. Secondo l’indagine Istat, avviata a partire dal 2006 su un campione di 25.000 donne tra i 16 ed i 70 anni, 3.961.000 donne hanno subìto violenze fisiche, oltre la metà di tutte quelle che hanno subìto una forma di violenza fisica o sessuale (e che ammontano a 6.743.000, il 31,9% della classe di età considerata). La violenza fisica si compie prevalentemente in ambiente domestico ad opera del partner. Le violenze domestiche sono in maggioranza gravi. Eppure solo il 18,2% delle donne considera la violenza subìta un reato. Nella quasi totalità dei casi queste violenze non sono denunciate. Il sommerso raggiunge il 96%.
Oltre sette milioni di donne hanno subìto e subiscono violenza psicologica. Le forme più diffuse sono l’isolamento o il tentativo di isolamento, il controllo, la svalorizzazione. Le donne che hanno subìto violenza economica sono il 31% circa di quelle che hanno subìto violenza psicologica.
La violenza sessuale, che consiste in ogni atto sessuale imposto che avviene contro la volontà della donna, conta circa un milione tra donne che hanno subìto stupri o tentati stupri (tra i 16 e i 70 anni). Un milione e quattrocentomila donne hanno subìto uno stupro prima dei 16 anni.
Una violenza giustificata socialmente
Ma se si vuole davvero attirare l’attenzione su tale grave fenomeno sociale occorre cambiare i termini del discorso. Ciò significa che, a prescindere dai numeri, oggi non è più tollerabile che neanche una sola donna possa morire a causa di violenza. È solo in nome del rifiuto di ogni forma di violenza contro la donna che occorre reagire e indignarsi, provvedendo con adeguate azioni strategiche che la ministra Pollastrini ha indicato nella certezza della pena, nella fermezza della legalità, nella celerità dei processi, nell’educazione e la cultura della prevenzione.
Ciò nonostante, siamo solo all’inizio. La violenza contro le donne è ancora un fenomeno largamente sommerso. Il problema emerge solo quando le donne decidono di chiedere aiuto, di denunciare gli aggressori. La conoscenza è scarsa e frammentata. Il che rende difficile mettere in campo interventi adeguati per contrastarla. Ben venga, dunque, il protocollo d’intesa tra il Ministero peri Diritti e le Pari Opportunità e l’Istat per il monitoraggio costante di questo fenomeno.
Occorre squarciare il velo del silenzio su drammi che ancora oggi toccano la vita di moltissime donne in Italia e nel mondo. Perché la violenza sulle donne non è un fatto nuovo. C’è sempre stata. Semplicemente non se ne parlava. Perché giustificata socialmente e giuridicamente. Da una società di uomini fatta a misura di uomo e per l’uomo. Perché diventi coscienza sociale, è indispensabile la maturazione culturale dei cittadini e delle istituzioni.
Ripiegamento nel privato
A partire da queste brevi note descrittive, ciò che vorrei mettere in luce, e su cui vorrei sollecitare una riflessione, è lo stretto legame tra l’indebolimento delle condizioni di legalità del nostro Paese ed un pericoloso ripiegamento nel privato, foriero di una deriva individualista che accresce sentimenti di vendetta, e che potrebbe favorire l’affermarsi di forme di giustizia “fai-da-te”.
È quanto emerge da una recente indagine, condotta nel 2007 su un campione di 600 donne residenti in un comune dell’hinterland della Capitale, statisticamente rappresentativo, per lo studio della sicurezza del tessuto cittadino e delle forme di violenza contro le donne. Come spesso accade, ci siamo imbattuti in qualcosa che non si cercava affatto. Uno degli obiettivi della ricerca consisteva nella valutazione del grado di consapevolezza delle donne circa la gravità delle eventuali molestie o violenze subite (o che avrebbero potuto subire). Ebbene, l’indagine non solo ha consentito di falsificare l’ipotesi iniziale, evidenziando un elevato grado di consapevolezza da parte delle donne della gravità dell’abuso subito (o che avrebbero potuto subire); ma anche, e in questo sta la rilevanza del risultato, rivelando una “rabbia” cocente, compressa e inespressa, montante un “senso di rivalsa” e di “vendetta” davvero insospettabili.
Una rabbia inespressa
Alla domanda sulle pene che, secondo le intervistate, sarebbe stato giusto comminare agli autori dei diversi reati a sfondo sessuale contemplati nel questionario (dalle molestie, ai ricatti sessuali sul lavoro, alla violenza sessuale e quella fisica), solo una percentuale di donne che andava dal 30% al 37% citava il carcere, mentre tra il 30 ed il 42% dichiarava altre cose rispetto a quelle previste tra le opzioni di risposta del quesito (multa, arresti domiciliari, obbligo di prestare servizi sociali, libertà condizionale). La consistenza di questo dato ci ha portato ad approfondirne il contenuto. La lettura delle specifiche riportate dagli intervistatori non richiede ulteriori commenti: pena di morte, sedia elettrica, rogo, linciaggio pubblico, evirazione chimica e non, tortura, castrazione, marchio a fuoco, taglio delle mani, lavori forzati, sofferenze atroci, rivalsa sui familiari dell’autore del reato.
Sarebbe davvero riduttivo e semplicistico derubricare queste risposte, ignorandone la portata conoscitiva. Esse non sono una manifestazione di ignoranza: le rispondenti hanno mediamente un livello di istruzione superiore. Non è l’effetto generazione: sono donne dai 18 ai 40 anni. Non è l’inattività e la chiusura ad un mondo estraneo: sono per oltre il 55% donne occupate, che vivono la quotidianità spesso spostandosi tra Roma e la loro città di residenza.
Cos’è allora che genera questa “rabbia” inespressa?
Sfiducia nelle istituzioni
Una possibile spiegazione potrebbe essere ricercata nella sfiducia di queste donne nelle istituzioni, nella capacità di queste di rispondere alle proprie attese di giustizia. Basti pensare che le intervistate che indicano nella magistratura l’istituzione in grado di contribuire a migliorare la situazione è appena il 10% del totale.
È questo il punto. Non si tratta di attese di sicurezza, ma di giustizia sociale, di legalità.
Ed è così che torniamo all’incipit di questa nota. Negli ultimi anni una rinnovata attenzione del legislatore a questo fenomeno ha portato nel 1996 alla promulgazione della legge 66 che, con riferimento alla violenza sessuale, ha affermato il concetto di “reato contro la persona”, abrogando quanto disposto nell’art. 519 del c.p. che faceva rientrare la violenza sessuale nei “delitti contro la morale pubblica ed il buon costume”. Altre norme, a carattere regionale, hanno favorito e sostenuto l’apertura di nuovi centri antiviolenza e case rifugio, dove le donne vittime di reati a sfondo sessuale possono trovare l’ambiente più idoneo, per affrontare il faticoso e difficile percorso della denuncia, ma anche per ricostruire un senso di autostima e fiducia, in sé e verso gli altri, il più delle volte annientato dai soprusi subiti.
Non basta. Occorre agire anche in altre direzioni. Occorre promuovere politiche preventive, che non siano dirette esclusivamente alle donne, ma che affrontino il problema della violenza mettendo uomini e donne gli uni di fronte alle altre. Educando i giovani. Inserendo nei programmi scolastici sistematiche campagne informative e seminari tematici che mettano i ragazzi, maschi e femmine, davanti a questa realtà. Incontri tesi a rafforzare la fiducia reciproca tra gli uomini e le donne di domani, ma anche tra cittadini e Stato.
Se una politica sulla sicurezza deve essere promossa, non è e non può essere una “politica poliziesca”, quanto una politica che “ricostruisca”, sostenendolo e rafforzandolo, il sentimento collettivo della legalità. Una legalità che il cittadino non può trovare in se stesso, ma che deve trovare in un rinnovato senso di comunità. Una comunità, fatta di uomini e donne, che si fa essa stessa garante di un nuovo patto tra cittadino e Stato.
(L’Autrice è assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Scienze demografiche della “Sapienza” - Università di Roma)