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» Dicembre 2009 » Focus1 » Chi decide il nostro immaginario?

La politica frullata nel pop
di Mariano Bottaccio

Ormai da parecchi anni i partiti non decidono più in modo autonomo la scena, il gioco e le mete dell’attività politica. Il mercato e i media condizionano immaginari e identità. Ai politici non resta che diventare attori di un meccanismo imposto da altri. Berlusconi ha stravinto

In principio fu Bettino. Sì, proprio lui. L’uomo che spinse il pedale della modernizzazione, secondo i suoi sostenitori. Peccato che di riforme non se ne vide nemmeno l’ombra negli anni Ottanta (eccetto quella che modificò la scala mobile), quando Craxi dominava la vita politica italiana, insieme a un paio di democristiani, e la “congiuntura economica” era più che favorevole.

La “modernizzazione”, in verità, la stavano facendo piccoli e medi imprenditori, architetti e designer, stilisti e pubblicitari. A modo loro. Spingendo il pedale dell’interesse privato, dei consumi sfarzosi e ostentati, dell’illegalità e del lavoro nero, della furbizia tutta italica, in cui è assente qualunque traccia di futuro, di lungimiranza e, ovviamente, di solidarietà.

Craxi fu il profeta, il punto di riferimento di questi ceti. E perciò non stupisce che i congressi del Psi fossero in mano a un architetto che preparò scenari ad altissimo effetto pensati prima di tutto per il gusto e le ambizioni di questi gruppi in ascesa. Filippo Panseca, questo il nome del creativo del leader, ne inventò a raffica. Nel 1978, al congresso di Torino, un grande garofano rosso prese il posto di falce e martello. Nel 1981, in occasione del congresso di Palermo, il garofano rosso – alto 15 metri – venne issato sul monte Pellegrino, che domina il capoluogo siciliano. Nel 1983, a Verona, fu la volta della “discoteca”: il simbolo del partito venne realizzato con dei neon e, a destra e a sinistra del palco della presidenza, furono installati dei led monocromatici su cui passavano slogan vari e lo stesso simbolo. Nel 1987, a Rimini, apparve il tempio greco, dodici metri di altezza, frontone di venticinque metri. Nel 1989, al congresso di Milano, si raggiunse l’apice: le piramidi telematiche, fatte con i monitor che si usavano negli stadi.

La crisi dei partiti

La politica andava a picco, in quegli anni, e il pubblico diventava risorsa privata dei partiti, in un’orgia di potere che non produceva niente di buono per il paese. Ma le esigenze della “comunicazione”, dello spettacolo cominciavano a fare capolino. Con un piglio da nuovi ricchi un po’ pacchiani, più che da statisti in vena di grandeur. Il culto della personalità e gli effetti speciali coprivano risultati ben più mediocri, e quello che era semplicemente inconfessabile.

Ma gli italiani raramente hanno preso sul serio i loro governanti. Sapevano con chi avevano a che fare. La crisi di legittimazione della classe politica italiana, negli anni Ottanta, era ben chiara a tanti. Una crisi che riguardava, tra l’altro, anche la capacità dei partiti di incidere sui modelli culturali e sugli stili di vita degli italiani, di determinarne gli orizzonti di senso.

La “grande trasformazione” aveva imposto altri attori nella costruzione delle identità, accanto e più dei soggetti pubblici e istituzionali. Il mercato (i consumi) e i media erano sempre più in grado di definire valori, gusti, abitudini e comportamenti degli italiani. I partiti cominciavano ad arrancare, a rincorrere un popolo che non guardava più a essi, ma a qualcun altro per capire chi essere e cosa diventare.

La tv si “avvicina” agli italiani

Questo processo speculare – un sempre più forte indebolimento e una progressiva delegittimazione dei partiti da una parte, e un sempre maggiore rafforzamento del mercato e dei media dall’altra – si afferma definitivamente negli anni Novanta. A rivederla da questo punto di vista, la vicenda di Tangentopoli non chiude un’epoca, ma permette piuttosto il pieno dispiegarsi di quanto gli anni Ottanta avevano incubato. La conquista del potere da parte di Silvio Berlusconi, infatti, è l’esito consequenziale, l’apoteosi pubblica, di processi che si sono sviluppati nel corso della Prima repubblica.

Il monarca di Arcore è l’uomo che più di ogni altro ha sconvolto il campo dei media, facendone potenti costruttori di identità.

La tv è cambiata radicalmente negli ultimi trent’anni, trasformando nel contempo gli italiani. E ha puntato sempre più su una vicinanza via via più stretta con le “persone comuni”, con il vissuto quotidiano, le emozioni e i problemi di ogni giorno. Una progressiva proliferazione di format in cui “l’uomo della strada” occupa il centro della scena con il ruolo di concorrente (quiz), di ospite (talk show) o di protagonista (reality).

Le conseguenze sono state immani, come chiarisce il sociologo Renato Stella: «l’incessante flusso di interpretazioni mediate della realtà quotidiana contribuisce anche a sedimentare l’interpretazione del vissuto soggettivo (…) Il guardare la tv non si traduce più soltanto nell’impiego ricreativo di qualche ora al giorno, ma inevitabilmente collabora ad ancorare il self degli spettatori entro due dimensioni dell’esperienza: quella reale dell’interazione nel mondo e quella dei significati che quell’interazione possiede nella dimensione collettiva resa pubblica dal medium.»[1] L’avvicinamento tra tv e pubblico non solo nelle tematiche trattate, ma negli stessi protagonisti ha reso il mezzo televisivo il più potente strumento di costruzione collettiva dell’identità e della stessa realtà: «L’insieme di strumenti, interpretazioni e saperi che mette in campo», nota Stella, «assume perciò compiutamente la forma di una cultura popolare diffusa, che pochi possono ignorare.»[2] E nascono così anche nuove celebrità. Se il cinema ha creato lo star system, la tv ha inventato il personality system. Chiosa Stella: «Il divo televisivo è uno di famiglia e ci si aspetta che ci assomigli più di quanto si distingua per ricchezza, sfarzo o stravaganza dei comportamenti.» E questo è, senza alcun dubbio, il ritratto di Silvio Berlusconi.

La rivoluzione dell’informazione

Ma, se parliamo di media, non dobbiamo pensare solo ai programmi della tv, ai talk e ai reality. La stessa informazione, in questi trent’anni, ha mutato se stessa e, di conseguenza, il suo rapporto con la politica: da bottega artigiana ancella della politica e degli interessi economici a vera e propria industria. Sono due i protagonisti di questa trasformazione, due personalità forti che continuano a farsi la guerra senza esclusione di colpi: Silvio Berlusconi (ancora lui) ed Eugenio Scalfari. Le reti Fininvest e Publitalia hanno creato, da zero, il mercato pubblicitario per i media; Scalfari e “

la Repubblica” hanno ridefinito canoni, modelli, stili e linguaggio del giornalismo italiano contemporaneo. Anzi, “

la Repubblica” è stata, ed è, qualcosa di più: la più potente “officina dell’identità” della sinistra italiana.[3] Nell’informazione, dunque, mercato e media hanno creato mondi nuovi, con cui i politici devono fare i conti, spesso nei panni dei comprimari.

Tutto questo Massimo D’Alema non poteva prenderlo bene. Il “politico di professione”, sicuro di sé e della sua identità fino all’arroganza, ha più di chiunque altro sofferto questo passaggio che negli anni Novanta ha raggiunto uno stadio del tutto inedito. Questo spiega la violenta invettiva che D’Alema consegnò a “Prima comunicazione”, in una celebre intervista concessa alla fine del 1995 a Lucia Annunziata: «I giornali non sono un contropotere, sono un pezzo del potere. E come tali sono innanzitutto inattendibili. (…) Se io devo dire qualcosa di importante la vado a dire alla gente, non ai giornali. (…) con l’informazione televisiva io mi metto davanti a una telecamera con questa mia faccia, con le parole che decido io di dire. Nell’informazione stampa passi attraverso un mediatore che o non capisce il tuo messaggio o lo forza per i suoi interessi.» La reazione piccata del leader è ben spiegata dallo studioso di media Angelo Agostini. Quella di D’Alema è «la sorpresa e il fastidio del politico di razza che si rende conto del modo in cui, a metà degli anni Novanta, le agenzie di socializzazione politica, gli attori che definiscono la scena, il gioco e le mete della politica non sono più soltanto i partiti.»[4] I partiti, con l’89 e Mani pulite, sono scavalcati sempre più spesso da altri attori. Come i giornali, appunto.

Ostaggi dei media

Dopo è stato il diluvio. Abbiamo visto di tutto.

Le apparizioni di D’Alema nello show di Gianni Morandi e di Fassino in C’è posta per te di Maria De Filippi. Casini e Rutelli che si sottopongono con entusiasmo all’“Intervista doppia” alle Iene. Di Pietro e Schifani che si tirano torte in faccia all’omonimo varietà. Vladimir Luxuria all’Isola dei famosi nel 2008 (uscendone vincitrice). Irene Pivetti che da presidente della Camera si trasforma in conduttrice televisiva, con tratti fetish se occorre. Il Bagaglino e i politici che vanno al Bagaglino. Le trasmissioni “politiche” – si fa per dire – di Anna

La Rosa. Porta a Porta terza Camera del Parlamento. Le candidature già pronte di giovani e graziose ragazze, a digiuno di politica ma con esperienza nel mondo dello spettacolo, per le Europee 2009. Noemi Letizia indecisa tra uno scranno in Parlamento e una carriera nello showbiz. Carfagna ministro.

La “logica dei media” ha colonizzato quasi del tutto la politica. Una logica che si propone un obiettivo fondamentale: conquistare pubblico, attraverso strategie di marketing che rendono “attraenti” temi di attualità, notizie e informazioni politiche. E politici ormai a corto di risorse per conquistare il consenso con ideologie, idee e progetti, hanno accettato di buon grado di fare le comparse nello show della tv e dei media in genere. Spesso accanto a soubrette, starlettine, calciatori, attori. Cercando di diventare così “popolari”. È la politica pop, l’esito estremo (al momento) della debolezza della politica in termini di potere e di una politica debole in quanto a idee e a progetti.

Si è parlato di mediatizzazione della politica, di politica-spettacolo. Di soft news, notizie (politiche) raccontate con accenti sensazionalistici, incentrate su persone concrete, che rincorrono il pettegolezzo e la “varia umanità”. Di infotainment, quando l’informazione vuole anche intrattenere ed essere piacevole o quando i programmi di intrattenimento si interessano di fatti e personaggi della politica. Ma anche di politainment, quando sono gli attori politici a usare codici pop nell’esibizione sui palcoscenici mediatici (la “politica divertente”, che organizza spettacoli o partecipazioni a un varietà per riscuotere popolarità e simpatia; l’“intrattenimento politico”, che coinvolge politici, politica e temi politici nei prodotti popolari come film, talk show, soap, riviste di gossip).

Sentenziano i sociologi Gianpietro Mazzoleni e Anna Sfardini: «Possiamo dire che i politici sono diventati in qualche modo “ostaggi” dei media: le modalità con cui viene rappresentata la politica, i contenuti della comunicazione politica, la costruzione delle leadership, la programmazione degli eventi politici, e molti altri ambiti dell’azione di governi, partiti, movimenti e singoli politici, tutti fanno i conti con le esigenze e i format dei media.»[5]

Il superleader di massa

Tuttavia, le cose non stanno allo stesso modo per il centrodestra e il centrosinistra.

A destra c’è Berlusconi. L’uomo che ha lanciato Forza Italia come fosse un prodotto pubblicitario, contando su una falange di venditori guidati da Marcello Dell’Utri. Con un discorso memorabile in tv, sulle sue tv, in cui prometteva «un grande, un nuovo, uno straordinario miracolo italiano». L’uomo che ha segnato l’evoluzione della tv e dei media in Italia e che – conseguentemente – ha compreso meglio di ogni altro l’evoluzione degli immaginari sociali e la costruzione delle identità, dei modi nuovi in cui si formano. Sta su questo terreno, prima ancora che sul mero possesso dei mezzi di comunicazione, la ragione del suo incredibile successo: «Berlusconi è un superleader di massa», afferma il sociologo Federico Boni, «perché le sue rappresentazioni sono tutte interne alla logica della popular culture, hanno a che fare con le poetiche televisive del reality, della soap opera, della fiction seriale, del cartoon»[6]. Anzi, per la precisione, notano Mazzoleni e Sfardini, il nostro presidente del Consiglio è «il protagonista di una storia ricca di elementi tipici della cultura popolare, di massa, che Berlusconi incarna e sa sfruttare per diventare e rimanere un idolo-pop.»[7] È autenticamente e straordinariamente popolare la sua stessa vita. Ed è per questo che il Nostro ci ha ammannito due volte, nel 2001 e nel 2006, in piena campagna elettorale, la foto storia della sua esistenza: Una storia italiana e La vera storia italiana. Non è solo la personalizzazione della politica, ma questa personalizzazione.

Non a caso Berlusconi ha puntato sul calcio (ma anche, agli inizi degli anni Novanta, su pallavolo, rugby e hockey su ghiaccio, fondando la polisportiva Mediolanum), perché lo sport costituisce un pezzo importante della cultura popolare degli italiani. Una parte così essenziale che le tv – specchi e artefici di questa cultura – si fanno una guerra feroce per poterlo trasmettere, raccontare, analizzare (ma sul rapporto politica/sport bisognerà ritornare, vista l’importanza del tema).

È chiaro allora perché Ilvo Diamanti ha definito la formazione politica di Berlusconi il “Partito Mediale di Massa”.

Il risotto di D’Alema

A sinistra, invece, è stata una disfatta. In crisi di identità e crollati i propri capisaldi culturali, a dirigenti anche prestigiosi e navigati non è rimasto altro che seguire la corrente.

L’immagine forse paradigmatica di questo vero e proprio crollo, di una resa quasi incondizionata dinanzi a un cambiamento epocale sul quale non si è in grado nemmeno minimamente di intervenire, ce la fornisce ancora una volta Massimo D’Alema. Il líder Massimo,

la Volpe del Tavoliere, l’uomo che si è formato con Palmiro Togliatti, che ha fatto tutto il cursus honorum dentro il Pci, appare nel 1997 a Porta a Porta in grembiule mentre prepara, in cucina, il suo risotto. Lo fulmina Francesco Merlo: «La politica italiana? Come il risotto di D’Alema. Lo scopo era quello di mostrarci il “vero” D’Alema: cuoco virile, semplice e sanguigno quanto il suo cibo prediletto. (…) E dunque in una piccola cucina abbiamo visto D’Alema ridurre il nobile risotto a una specie di densa zuppa, a una pappa: abbondante più che ghiotta, modesta più che povera, sapore forte senza piaceri. Bravo D’Alema, ha davvero confezionato la perfetta metafora della politica italiana»[8] Anche a sinistra non ci si sottrae, dunque. Siamo per la modernizzazione, perbacco. Il tentativo fallito di Walter Veltroni, l’uomo del Pd più sensibile e capace sul piano della politica pop, tuttavia, ci dice che forse la strada da percorrere è un’altra. Anche se si vuole solo vincere.

Le continue polemiche contro i giornali, e in particolare “

la Repubblica” e il “Corriere della Sera”, tradiscono poi la debolezza e l’irritazione che i vertici del Pd oggi, dei Ds ieri, continuano a provare verso i grandi giornali, nella paura che possano – loro – decidere l’evoluzione della politica italiana e la stessa selezione delle leadership. Come, in effetti, è accaduto.Democrazia pop?

La politica oggi – nello scenario pop che non ha creato, ma subìto, e poi più o meno entusiasticamente accettato, in mancanza di meglio – è nell’angolo. Dominata dalla “logica dei media”, rimane davvero povera cosa.

Tale logica, infatti, non determina solo e tanto il modo in cui la politica si dà, ma contribuisce a definire gli immaginari sociali, gli stili di vita, la stessa rappresentazione della realtà degli italiani.

I processi sommariamente descritti in questo articolo sono avvenuti e avvengono in tutto il mondo, sia chiaro. Ma gli italiani si fanno sempre riconoscere. Il successo di Berlusconi – capo dei media, del principale partito italiano e del Governo (e di una delle più popolari squadre di calcio) – fa del nostro paese un unicum mondiale. E configura, forse, una “democrazia pop”, per dirla con Diamanti.

Così finiamo per chiederci, al pari dello scrittore Antonio Pascale, «Politica? Qui non si capisce bene: o ritardo di quarant’anni o grande anticipo.»[9]

(L’Autore, giornalista, è direttore de “Il seme sotto la neve”)

 

Note

[1] Renato Stella, “Etnomediazione e cultura popolare. Nuove forme del protagonismo televisivo”, in “Studi culturali”, 2/2009, Il Mulino, p. 176-177.[2] Ivi, p. 178.[3] Cfr. Angelo Agostini,

la Repubblica”. Un’idea dell’Italia (1976-2006)

, Il Mulino, Bologna 2005.[4] Ivi, p. 8.[5] Gianpietro Mazzoleni, Anna Sfardini, Politica pop. Da “Porta a Porta” a “L’isola dei famosi”, Il Mulino, Bologna, p. 24. Va notato, tuttavia, che per i due autori appena citati i cambiamenti qui semplicemente accennati non vanno letti in modo (del tutto) negativo.[6] Federico Boni, Il superleader. Fenomenologia mediatica di Silvio Berlusconi, Meltemi, Roma 2008, p. 14.[7] Gianpietro Mazzoleni, Anna Sfardini, op. cit., p. 24.[8] Francesco Merlo, “La politica italiana? Come il risotto di D’Alema”, in Corriere della Sera, 15 ottobre 1997.[9] Antonio Pascale, Qui dobbiamo fare qualcosa. Sì, ma cosa?, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 48.

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