“Il nastro bianco” di Michael Haneke
recensione di Fabrizio Ottaviani
Dura quasi due ore e mezza, eppure Il Nastro Bianco - premiato, a nostro parere giustamente, con
Dal nostro punto di vista, tuttavia, la trama e le ambizioni sociologiche non rappresentano il punto forte del film. I figli del pastore, che si muovono sempre tutti insieme e compaiono all’istante dove è successo qualcosa di grave, spacciandosi per bravi ragazzi “preoccupati” per il destino altrui, sembrano usciti da un B-movie maccartista e probabilmente sono solo un red haring, una pista falsa. La stessa serie dei delitti è smaccatamente divergente: nella prima sequenza il medico del villaggio cade da cavallo perché qualcuno ha teso una funicella fra un albero e uno steccato; nella scena successiva, una contadina muore per un incidente di lavoro, maciullata dalla sega circolare; ancora qualche minuto, e il figlio del barone viene rapito e poi frustato a sangue. Tre eventi molto diversi, che evocano cause molto diverse: un regolamento di conti privato, nel primo caso; la sordità morale del ceto dominante, nell’altro; un abbozzo di lotta di classe gestito da bambini, o comunque in modo infantile, nell’ultimo caso. Potremmo sbagliare, ma il sospetto è che intreccio e sociologia si ostacolino a vicenda, e che i crimini che nella mente di alcuni recensori dovrebbero essere la conseguenza inevitabile dell’irrespirabile atmosfera puritana del villaggio abbiano qualcosa di arbitrario. Il fatto poi che il giallo non si risolva rende i nostri sospetti ancor più plausibili: una soluzione non c’è perché non può esserci, in quanto avrebbe richiesto l’espressione di una legge, di un codice, di una responsabilità.
Questo vuol dire che Il nastro bianco è un film mancato? Proprio per nulla: Haneke ha un’abilità straordinaria nel rappresentare gli aspetti criminali della società tedesca partendo dalle immagini. L’immagine del cadavere della contadina denuncia l’ingiustizia insita nei rapporti sociali, e lo farebbe anche se noi non sapessimo che quella donna è morta per un incidente evitabile. Il legittimo odio di classe tra i contadini e il barone si rispecchia nella scena, apparentemente festosa, della fine del raccolto ben prima che il padrone scopra che il suo campo di cavoli è stato devastato dal figlio della contadina. Lo stato imbelle in cui sono tenute le donne emerge meno dal didascalico (e perciò irreale) alterco fra il medico e la levatrice e più dalla sequenza dolce e pressoché idilliaca in cui il maestro in calesse concede alla fidanzata di tornare subito a casa. Se queste sono le scene migliori e le più riuscite, è proprio per tale ragione. Se Haneke avesse avuto più fiducia nella sua capacità visionaria e proiettiva avrebbe potuto fare a meno di un plot così sovradimensionato e banale, o almeno avrebbe potuto tentare di alleggerirlo. Nelle Lettere luterane Pasolini parlava della “lezione delle cose”, della capacità che hanno gli oggetti, di per sé, di trasmettere la loro destinazione finale. Seguendolo, potremmo dire che l’epilogo nazista del villaggio di Haneke non giace nelle vergate che il pastore infligge al figlio, colpevole di niente, ma nell’ordine maniacale con cui dispone i suoi volumi nella libreria.
(L’Autore è critico letterario de “Il Giornale”)