La tv batte Saviano
di Emiliano Morreale
“Gomorra” ha avuto un successo strabiliante. E lo splendido film che ne ha tratto Garrone ha conquistato Cannes e tanti spettatori. Ma le fiction televisive sulla mafia catturano un’audience molto maggiore…
C’è stato un momento nel quale il cinema e la letteratura hanno contato in maniera particolare nel costruire l’immaginario e l’opinione pubblica del nostro paese. Un giro d’anni breve, quello del “miracolo economico”; quando, per la prima volta, un pubblico di massa e, diciamo così, alfabetizzato di fresco, decretò per la prima volta il successo di riflessioni difficili e scomode sul proprio tempo: La dolce vita, Rocco e i suoi fratelli, L’avventura, i romanzi di Italo Calvino, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia (ma anche i primi bestseller veri, dal Dottor Zivago a Lolita al Gattopardo).
Un’élite piuttosto arretrata
Dagli anni Ottanta, invece, il modello vincente dello scrittore di successo sembra essere piuttosto l’affabulatore, da Nome della Rosa o Cadmo e Armonia, il postmoderno alla Baricco o l’intimismo dark di Paolo Giordano. In nessun modo dei libri che costruiscano dei modelli, delle immagini forti da collegare a un’epoca.
Parallelamente, la reattività del contesto culturale sembra rallentata, fino all’annullamento. Proviamo a fare un esperimento, e paragonare ad esempio il livello della riflessione che aveva accompagnato gli esordi importanti degli anni Sessanta e Settanta (I pugni in tasca, Prima della rivoluzione ma anche Ecce bombo) e le cose che si sono scritte in Italia su Gomorra di Roberto Saviano e sul film che ne ha tratto Matteo Garrone. All’epoca fior di intellettuali si mobilitarono, prendendo sul serio i film e ciò di cui parlavano. Oggi tutto è finito immediatamente bruciato in calderoni giornalistici sulla rinascita del cinema italiano, il ritorno dell’impegno, gli incassi.
Quel che è mancato è un serio e saggio lavoro di riflessione delle élite, tanto che si ha l’impressione che il pubblico colto sia in questi anni (cosa abbastanza nuova) più avanti, o meno indietro, dei suoi referenti culturali, dei nomi che legge sui giornali o guarda in tv. Con una boutade potremmo dire che il popolo di destra, insomma, è forse perfino peggiore di Gianfranco Fini o di Renato Brunetta, ma il pubblico colto di sinistra potrebbe essere un po’ migliore di Fabio Fazio o Eugenio Scalfari. Almeno questo è ciò che, per qualche mese, il successo di Saviano e soprattutto quello di Garrone ci avevano fatto pensare.
La scossa di Saviano
C’è, diciamo, una sorta di “minoranza maggioritaria”, un sentire comune di sinistra che è grossomodo quello dei periodici del gruppo L’Espresso, di una mezza dozzina di trasmissioni Rai (Fazio, Dandini, Bignardi, per i più politicizzati Santoro e Ballarò), che sono in fondo i lettori di Gomorra e degli articoli di Saviano. Tanti, milioni: una nutritissima minoranza. Che Gomorra aveva scosso facendogli vedere un mondo sconosciuto, e soprattutto sperimentando una nuova maniera di percepire una realtà vicinissima.
L’invenzione maggiore di Saviano, che saggiamente Garrone aveva lasciato cadere nel film, era quella di un personaggio-narratore come strategia per rendere prossima la materia narrata.
Quello inventato da Saviano era un metodo di organizzazione di un testo e di dati. Una maniera di dar senso a una realtà. E a un’irrealtà, nel senso che al termine dava Elsa Morante. Pochi lo hanno sottolineato, ma il libro di Saviano è stato importante anche perché ha dato conto, nell’indagare da dentro una realtà, di una perversa condizione postmoderna. Per raccontare il mondo dei camorristi non servono più le categorie di emarginazione o arretratezza. I loro modelli culturali sono gli stessi della prima serata tv Mediaset (e Rai), degli spot pubblicitari, del product placement. Una invenzione anzitutto letteraria, retorica, che ha rischiato da un lato di essere equivocata come propaggine della realtà, e dall’altro ha finito per investire davvero la vita quotidiana del suo autore, trasformatosi in ostaggio del proprio libro.
Garrone e Sorrentino non hanno fatto scuola
Il film di Garrone, che forse dal punto di vista squisitamente artistico è superiore al romanzo di Saviano (del resto è l’opera della maturità di un grande regista laddove l’altro era un dirompente esordio), non ha fatto scuola e forse non poteva farla, così come non l’ha fatta Il divo, che tentava una rilettura della politica degli ultimi decenni in chiave pop. E se indubbiamente i due lavori qualche incidenza l’hanno avuta, nel modificare la maniera con cui la corposa minoranza di cui sopra dicevamo si rappresenta le cose, non c’è forse da farsi troppe illusioni.
La moda dell’autofiction è ormai degenerata nello stucchevole, sia nella variante superomistica dei libri dello scrittore duro e apocalittico e magari maledetto, sia nella variante svagata dello scrittore-flâneur che guarda scorrere tutto con occhio distratto e annoiato.
Ma, soprattutto, le modifiche all’immaginario che titoli come i due Gomorra potevano portare sono in fondo irrilevanti per la maggioranza del sentire comune. Saviano in fondo non conta quanto Vespa, e Gomorra al confronto di qualunque fiction sulla mafia – da quelle che fanno santini, sempre più innocui e risaputi, di preti e giudici, a quelle che si incartano nel tentativo di raccontare i mafiosi e inevitabilmente cadono nella apologia, senza nemmeno la feconda ambiguità di americani alla Coppola e Scorsese, che almeno fanno tutto intero il viaggio al cuore di tenebra – gode di un pubblico assai meno vasto.
La questione morale dei mezzi
Che fare, dunque? Forse, in questa fase, la cosa migliore è lavorare sulle punte di sperimentazione più radicali, sperando che prima o poi qualcosa della loro opera passi al pubblico (come è accaduto con Saviano e con Garrone). Anche a costo di fare polemiche soprattutto con chi “la pensa come noi”, e a costo di scoprire che in realtà le divisioni sono maggiori delle vicinanze. Basti pensare all’ottusità ideologica di certe recensioni del manifesto, che ha stroncato il miglior film sul conflitto tra borghesia del Nord e immigrati (anche criminali), Il resto della notte di Munzi, la riflessione più articolata del cinema “ufficiale” israeliano sui propri crimini di guerra (Valzer con Bashir) e, perché no?, Baarìa di Tornatore, un film folle che ha rivelato agli italiani, non solo del Sud, decenni di lotte di poveri compiuti in nome della solidarietà, della giustizia e dell’educazione di un popolo. (Anche un film nazional-popolare come questo può incidere sul nostro immaginario, e magari oltretutto ricordarci, pur in una struttura da superspettacolo, che esistono altri modi di raccontare, di immaginare, di ricordare e di sognare.)
Forse la prima battaglia da compiere, per chi si occupa di arte e cultura, è quella di resistenza alla piattezza dell’immaginario televisivo, all’indifferenza dei contenuti, al ricatto delle buone cause, alla supremazia della comunicazione. Mai come adesso sembrano importanti le forme, i modi: anche nell’arte, la questione (morale) dei mezzi rispetto ai fini continua a essere ineludibile.
(L’Autore, 1973, lavora come lettore di sceneggiature ed è selezionatore del Torino Film Festival. Scrive su “Lo straniero” e “Il Sole-24 ore”. Ha pubblicato tra l’altro libri su Ciprì e Maresco, Mario Soldati, e “L’invenzione della nostalgia”, Donzelli, 2009)