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"Il seme sotto la neve"

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E se investissimo nel sociale?
di Giovanni B. Sgritta

È questo il messaggio che lanciano Jacques Delors e Michel Dollé in un libro da poco apparso in Francia. Una visione, e delle proposte, che tracciano una via d’uscita dalla crisi nel segno della solidarietà

Nel fiume di parole sgorgato dalla crisi economico-finanziaria di fine 2008 s’impone quel “dopo, nulla sarà più come prima”, che nella sua ambigua banalità parrebbe tuttavia reclamare una exit strategy conservatrice dalla crisi. La convinzione che da questa crisi si possa uscire solo sacrificando quanto di positivo è stato fin qui costruito dell’edificio dello stato sociale, e cioè anteponendo le esigenze del capitale all’equità e all’investimento nella sicurezza e nel benessere collettivo. Nuova versione per una vecchia questione, da tempo nell’agenda dei governi in risposta alle difficoltà finanziarie, d’efficacia, di legittimità, in cui naviga lo stato sociale. Sta, guarda caso, anche in quel Libro bianco del ministro Maurizio Sacconi, che prospetta un welfare basato sulla de-regolazione dell’azione pubblica, sul primato della famiglia e… della carità; leggi: sul restringimento dello spazio della solidarietà e su un complessivo progetto di privatizzazione di servizi fondamentali come sanità e previdenza. Gira gira, la classica formula neoliberista e neocorporativista.

È in questo scenario dunque che, scompigliando i giochi, irrompe la crisi. Con nuovi rischi e nuove disuguaglianze che, sommati ai precedenti, hanno imposto cospicue manovre di bilancio per arrestare la caduta della produzione e a protezione del reddito e dell’inclusione di individui, famiglie e gruppi sociali. A riprova che, così com’è, con le risorse di cui dispone, lo stato sociale non è più in grado di far fronte al sopravvenire d’inediti rischi in una società già marchiata da profonde trasformazioni.

L’elenco è presto fatto: fine della piena occupazione, allungamento della speranza di vita, declino delle nascite; e ancora, crescita della non-autosufficienza, conciliazione tra lavoro di cura e di mercato, immigrazione, riduzione della popolazione in età produttiva e riproduttiva, ecc. Rischi, criticità, corti circuiti, che la crisi economico-finanziaria non ha che esaltato, aggravando le originarie debolezze del modello keynesiano-beveridgiano. Se oggi la situazione è più grave e la barca rischia di affondare, è perché molte di quelle tendenze si sono nel frattempo consolidate, dando luogo a disparità e sprechi economicamente insostenibili e socialmente ingiustificabili, coprendo chi non ha bisogno e lasciando scoperte altrettante circostanze meritevoli di tutela.

Uno “stato d’investimento sociale”

Su questi temi, e su uno in particolare – che lo stato sociale non si sarebbe dotato dei mezzi per esercitare la propria responsabilità laddove è in gioco nientemeno che la solidarietà nazionale – scrivono Jacques Delors e Michel Dollé in un volume uscito in questi mesi in Francia presso l’editore Odile Jacob (Investir dans le social, Paris, 2009). Di questi tempi, una provocazione; comunque un contributo importante. Che sollecita una riflessione, per almeno due motivi essenziali: perché la “lezione” arriva da un paese, la Francia, che sull’intero arco della sicurezza sociale è dotato di strumenti di intervento ben più ampi ed efficaci dei nostri; e, in particolare, perché propone una versione di tutt’altro tenore del “dopo, nulla sarà più come prima”.

Al centro del libro è l’idea di uno “stato d’investimento sociale” finalizzato alla prevenzione del rischio; tema non da poco, in uno scenario politico che da anni sacrifica il futuro sull’altare di interventi di policy traguardati sugli orizzonti corti dei cicli elettorali. La tesi di D&D è che «la migliore protezione che la società può e deve fornire agli individui e alle famiglie è di permettere loro, attraverso il lavoro, di disporre dei mezzi della propria autonomia e del proprio inserimento nella società». A differenza dello stato sociale tradizionale, che si sarebbe concentrato essenzialmente sulla compensazione dei rischi e, in una versione più recente, sulla restaurazione delle condizioni ex ante, quello di investimento sociale porrebbe invece l’accento sulla prevenzione dei rischi (in particolare, di perdere il lavoro o dell’impossibilità di accedere ad un’occupazione decente).

I frequenti richiami degli autori alle teorie di Amartya Sen sulla povertà e di John Rawls sulla giustizia sociale, chiariscono il concetto: compensando la carenza di reddito legata alla perdita o alla mancanza del lavoro, lo stato sociale classico puntava essenzialmente a ridurre le disparità di condizioni o di risultato; laddove «lo stato d’investimento sociale si propone piuttosto di ripristinare l’eguaglianza di capacità [capabilities] dando a ciascuno la possibilità di disporre delle basi della propria autonomia». L’accento cade perciò sul progetto di vita che ciascuno deve poter liberamente – responsabilmente – sviluppare, mentre il campo dell’intervento pubblico si estende aldilà della classica protezione sociale: agli aiuti per il ritorno all’occupazione per quanti ne sono privi, ma anche alla regolazione del mercato del lavoro per la “sicurezza dei percorsi professionali”; all’investimento nell’infanzia, nell’istruzione di base, e nella formazione continua; alle politiche per una migliore conciliazione delle responsabilità familiari con l’attività professionale.

Sul fronte dell’occupazione, lo stato d’investimento sociale dovrebbe, secondo D&D, agire soprattutto in tre direzioni: sulla sicurezza del lavoro della donna (parità salariale, contenimento degli oneri familiari, protezione sociale); sull’estensione della durata della vita attiva; sulla precarietà dell’occupazione e le ineguaglianze salariali, tramite processi di riqualificazione, interventi mirati a rendere più costosa la flessibilità esterna di quella interna (flexicurity), e un organico riassetto del sistema degli ammortizzatori sociali. Quasi metà del testo è dedicata al lavoro e agli interventi di riforma che lo Stato d’investimento sociale dovrebbe realizzare in questo campo; molti dei quali rivolti alle misure in vigore o in via di revisione nel paese d’Oltralpe (revenu minimum d’insertion, allocation de parent isolé, revenu de solidarité active, ecc.), altri ai confronti internazionali.

Ingiustizie e disuguaglianze

Più stimolante, sia per l’originalità della trattazione sia per l’interesse che questi temi rivestono anche per una lettura in chiave comparativa della realtà italiana, è tuttavia la seconda parte del libro. Che tratta del peso dell’origine sociale e dell’istruzione sulle chances di vita. La premessa da cui muovono D&D è che «i capitali materiali, culturali e sociali di cui beneficiano i bambini per mezzo delle loro famiglie determinano largamente le disuguaglianze di risultato scolastico e, in particolare, l’insuccesso scolastico». Il ragionamento è il seguente: l’istruzione è una forma di investimento, che dà luogo ad una redditività privata (attraverso salari e stipendi e pensioni) e a una redditività pubblica (attraverso la fiscalità diretta e la contribuzione sociale). In Francia come in Italia, la prima (la redditività privata degli investimenti) supera ampiamente la seconda; più sono elevati i livelli di istruzione, più i costi sostenuti dalla collettività eccedono le spese che gravano sul bilancio delle famiglie. Il risultato è una redistribuzione “à l’envers” delle risorse, a tutto vantaggio delle famiglie più benestanti; sia perché il tasso di remunerazione delle occupazioni dipende a tutte le età dal titolo di studio; sia perché questi titoli sono tipicamente “titoli al portatore”, nel senso che la loro redditività sul mercato dipende da chi li possiede.

Tirando le fila, il principio dell’eguaglianza di possibilità ne esce gravemente limitato dall’eccessiva rilevanza delle origini sociali. Per ridurne il peso, è necessaria una profonda riforma dell’intero sistema della formazione. La soluzione suggerita da D&D è l’introduzione di “prestiti pubblici contingenti” a carico dello stato, a tasso nullo o quasi, rimborsabili al termine degli studi con una maggiorazione limitata nel tempo dell’imposta sul reddito, che scatterebbe solo nel caso in cui il reddito del beneficiario superi una determinata soglia. In tal modo, oltre all’effetto regressivo della selezione sociale, si ridurrebbe anche l’assunzione del rischio dal momento che il prestito verrebbe rimborsato solo in caso di successo.

Passando alla formazione continua, il problema è sia la sua debole estensione in tutti i paesi del centro e sud Europa, sia la ripartizione dei costi del life-long learning tra le imprese e la pubblica amministrazione. La sfida della società della conoscenza, d’altra parte, esige un impegno congiunto di tutti gli attori in campo. Di qui, la proposta d’istituire «un servizio pubblico della formazione continua con la partecipazione dello stato, delle regioni e delle parti sociali… a cui spetterebbe l’onere di compiere una ricognizione dell’insieme dei finanziamenti obbligatori (contribuzione e responsabilità legale delle imprese), di definire i profili della formazione e le regole di funzionamento dei mercati formativi», ma non l’assunzione diretta delle attività formative.

La tutela dei rischi: lavoro, famiglia e condizione femminile

Gli ultimi capitoli del libro prendono in esame le politiche familiari e il tema delle nuove generazioni. E qui il confronto con l’Italia, per ovvi motivi, è particolarmente rilevante. Sul piano degli aiuti alle famiglie, sono soprattutto tre i problemi sul tappeto: il sostegno ai redditi familiari, ovvero la presa in carico parziale del costo dei figli; la tutela dai rischi di instabilità (separazioni e divorzi); e la conciliazione tra vita professionale e responsabilità familiari. Mettendo d’avanti, comme il faut, l’interesse dell’infanzia, una politica familiare attiva dovrebbe proporsi di «dare di più a quei bambini ai quali le famiglie possono dare di meno».

Nemmeno la Francia, sovente additata come modello in fatto di politiche familiari, si muoverebbe secondo D&D in questa direzione. Da un lato, i programmi basati sulla prova dei mezzi (means-tested) sortiscono effetti positivi per le famiglie che occupano i gradini inferiori della scala dei redditi; dall’altro, il quoziente familiare e i trasferimenti per l’accudimento dell’infanzia a domicilio compensano quelle prestazioni in maniera più che proporzionale nella parte alta della distribuzione. La conseguenza è che la presenza di figli accresce il rischio di povertà nelle famiglie meno abbienti; e, come nell’istruzione, anche in questo comparto l’intervento pubblico finisce per agire in modo regressivo, producendo effetti perversi. Inutile dire che la realtà italiana riflette perfettamente questa diagnosi. Con l’aggravante del divario Nord-Sud, da sempre il numero di figli rappresenta il principale fattore “moltiplicatore” della povertà delle famiglie nel nostro paese; né la politica dei trasferimenti alle famiglie è finora riuscita a contenerne l’effetto in misura apprezzabile, come dimostra il fatto, più volte evidenziato nei report internazionali e negli studi comparativi, che la situazione prima e dopo l’intervento pubblico non muta significativamente.

Sempre nel campo delle politiche familiari, la questione cruciale resta la conciliazione tra famiglia e lavoro, che assorbe sia la bassa natalità, sia la discriminazione della donna sul mercato del lavoro e, indirettamente, il tema della povertà; tutti temi che, specie nei paesi del Sud Europa, sono da sempre caricati di valutazioni ideologico-morali. Secondo D&D, il favore accordato dai governi al principio della “libera scelta” delle famiglie e della donna sarebbe sostanzialmente ipocrita. Lo è perché nelle famiglie di condizione più modesta la scelta è soltanto virtuale; in pratica l’opzione è una sola: con la nascita dei figli, al crescere del numero di figli, alla donna non resta che abbandonare il lavoro, con scarse o nulle possibilità di farvi ritorno, o, nel caso migliore, ripiegare su un impiego a mezzo tempo. La scelta non è libera che per circa la metà delle famiglie e delle donne, non a caso le più istruite, le più qualificate, le più garantite economicamente. È statisticamente provato che il proseguimento dell’attività lavorativa e il ricorso ad aiuti esterni per la cura dei figli aumentano al crescere del tenore di vita. Altrettanto certo è che l’incremento dell’occupazione femminile costituisca un positivo fattore di crescita, in grado di innescare un “circuito virtuoso” dal punto di vista della produzione, della formazione, dell’espansione dei servizi, della sicurezza, del contenimento dei rischi e della riduzione della povertà; oltre che della natalità e dei costi previdenziali. Anche in questo versante, sarebbe dunque pienamente giustificato un riorientamento delle politiche pubbliche per ragioni strumentali, di efficienza economica, non meno che per ragioni di equità e giustizia sociale.

“Parti diseguali fra diseguali”

Idem per quanto riguarda l’investimento nella crescita delle nuove generazioni. Con un distinguo non da poco, cui accennano en passant anche D&D: che sarebbe riduttivo aumentare gli investimenti avendo di mira principalmente l’obiettivo di ricavarne una maggiore redditività misurata in termini di “futuri produttori adulti”. Anche in questo caso, il confronto con l’Italia è di notevole importanza (basti pensare agli accesi dibattiti nella recente Conferenza nazionale sull’infanzia e sull’adolescenza tenutasi il mese scorso a Napoli). L’infanzia è un bene in sé, un bene pubblico, apprezzabile (anche ma) non solo per il suo significato e valore economico. Spinto all’estremo, in effetti, l’approccio economicistico aprirebbe la strada a una pericolosa selezione dei soggetti che promettono rendimenti più elevati.

L’investimento nell’infanzia – e nei giovani – dovrebbe essere motivato piuttosto dal punto di vista della giustizia sociale e dell’eguaglianza delle possibilità. La posizione dei due autori su questo punto è alquanto esplicita, ed è poco ammettere che rappresenta una severa lezione per il nostro paese: «l’istruzione e, più in generale, lo sviluppo dell’infanzia sono due ambiti nei quali l’interesse generale non si riduce affatto alla somma degli interessi particolari»; per cui «solo lo Stato può essere portatore dell’obiettivo dell’eguaglianza di possibilità… I genitori non possono che essere fautori dell’obiettivo opposto, quello di fornire ai loro figli le migliori opportunità». Aspirazione del tutto legittima, va da sé, ma che lasciata senza correttivi, assecondata da una politica familiare “neutrale”, finirebbe per far collimare pericolosamente i punti di arrivo con quelli di partenza; per mettere in off-side il merito e per ridurre la giustizia sociale a strumento di certificazione delle posizioni ereditate.

Per uscire dalla palude ideologica che da sempre circonda questa tematica e fare del bambino un soggetto autonomo delle politiche pubbliche, indipendentemente dai vantaggi e svantaggi della famiglia a cui appartiene, non resta che la via della discriminazione positiva. Non “parti uguali fra diseguali” (lo diceva Don Milani), quanto piuttosto tentare di compensare gli svantaggi della lotteria della nascita e dare di più a chi, non per demerito ma solo per sorte, ha avuto di meno; e ciò nell’interesse del bambino, delle famiglie e della società nel suo complesso. Il che, di nuovo, richiede modifiche profonde delle politiche di sostegno ai carichi familiari, a partire dagli aiuti monetari, dalla conciliazione del “lavoro” femminile senza aggettivi, dalle strutture d’accudimento della prima infanzia ai congedi genitoriali, passando per gli interventi nella formazione e il recupero scolastico, indispensabili per ricondurre le differenze originarie all’eguaglianza di opportunità. Insomma, anche su questo fronte, agire in un’ottica di confronto e riequilibrio delle responsabilità e degli interessi familiari con le responsabilità e gli interessi di tutta la collettività. Parole sante, ma come? Attraverso – propongono D&D – la creazione di un “servizio pubblico per l’infanzia”, finalizzato «all’aiuto allo sviluppo del bambino in un’ottica di eguaglianza delle possibilità»; nel quale dovrebbero confluire i servizi di accoglienza pre-scolare, lo sviluppo delle attività extrascolastiche, la salute e il trattamento dei disagi familiari e sociali. In breve, più servizi in kind e meno voucher e trasferimenti cash; i quali non farebbero che riprodurre, in fase di impiego, le diverse doti di capitale – economico, sociale e culturale soprattutto – di cui dispongono le famiglie.

Contrastare le disuguaglianze e arricchire il capitale umano comporta naturalmente un costo, un costo economico (e sociale) non indifferente. Dove attingere le risorse per affrontarlo? Premesso che non è detto che, tra le nuove risorse indispensabili per realizzare quegli obiettivi e le economie che da quelle riforme potranno scaturire nel corso del tempo, il bilancio sia negativo, la risposta di D&D è più che scontata: attraverso l’imposta di cittadinanza per eccellenza, vale a dire l’imposta sul reddito. Che il fine giustifichi i mezzi, non vi sono dubbi. E tuttavia, per tenere chiaramente presente l’entità del problema e la posta in gioco è indispensabile confrontarsi con i due interrogativi fondamentali, che gli autori consegnano alle ultime pagine del libro: «Le nostre società sono ancora capaci di produrre solidarietà?» e «messa da parte la facile seduzione della comunicazione e il ricorso demagogico alla compassione, i nostri politici avranno il coraggio di produrre solidarietà?» Alla luce dei quali, l’investimento nel sociale non è più una mera opzione fra altre; diventa una necessità. La sola praticabile, affinché nulla, dopo, resti come prima.

(L’Autore è docente di Sociologia alla Facoltà di Scienze statistiche della “Sapienza” - Università di Roma e presidente del Comitato scientifico della Fondazione don Luigi Di Liegro)

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