Crisi economica, la causa è la disuguaglianza
di Nicola Cacace
Cosa hanno in comune
Cosa c’è in comune tra
Può apparire strano che in un periodo in cui nessuno parlava ancora di globalizzazione, una crisi partita dall’America in pochi anni abbia investito tutto il mondo capitalista di allora, dalla Germania alla Gran Bretagna, dalla Francia all’Italia, con caratteristiche molto simili. Basti considerare che anche in Italia il Pil nazionale crollò di molti punti, come in America, e impiegò ben otto anni per tornare ai valori reali del 1930. Eppure allora non c’era l’informatica ad azzerare le distanze. Sul Big Crash del ’29 in America sono state fatte migliaia di analisi e scritti molti volumi. Al di là degli errori post crisi, la maggioranza degli economisti mette sul banco degli accusati the Concentration of Wealth, la concentrazione della ricchezza, come prima causa strutturale di una crisi che da normale recessione ciclica si trasformò in Grande Depressione.
Negli anni Venti la politica, sia negli Usa che in Europa, era dominata da partiti conservatori. Negli Stati Uniti successe che, sotto due presidenti repubblicani, ci furono molti interventi governativi di riduzione delle imposte a favore di imprese e di ceti abbienti, che determinarono un forte spostamento di ricchezza.
1922 31,6
1929 36,3
1949 20,8
1963 31,6
1983 34,3
1990 37,0
2000 40,0
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Fonte: R. Batra, The Great Depression of 1990, Simon & Schuster, 1987, pag.118. Per 1990 e 2000, US Joint committee of Congress.
Un fenomeno simile si è verificato a partire dagli anni Ottanta, cioè dall’avvento del presidente Reagan e poi dei due Bush, padre e figlio: la disuguaglianza è cresciuta di quasi sei punti in venti anni, tra gli Ottanta e il 2000, proprio come negli anni Venti del Big Crash. Il prof. Ravi Batra (The Great Depression of 1990, Simon & Schuster, 1987) ed il Nobel Lester Thurow così descrivono le cause strutturali del Big Crash, conseguenti alla concentrazione di ricchezza: «Primo, quando il numero di persone con scarso reddito cresce, aumenta anche il numero di Bad Credits concessi dalle banche ed il conseguente rischio di fallimento delle stesse. Secondo effetto della concentrazione di ricchezza è l’aumento degli investimenti speculativi. Quando una persona si arricchisce, diminuisce la sua avversione al rischio e cresce la propensione a profitti più veloci. Ciò implica l’acquisto di asset e beni per rivenderli a fini speculativi e non a fini produttivi. Si aggiunga che la febbre speculativa colpisce anche investitori “non ricchi” ed il risultato sono le Bolle immobiliari e finanziarie che poi esplodono. Un terzo effetto della concentrazione di ricchezza è il calo della domanda. Essendo stati i due terzi della popolazione sottoposti ad una lunga e persistente erosione del potere d’acquisto a favore del terzo di popolazione più ricca ne consegue un calo della domanda interna da parte delle masse che produsse il crollo dell’economia reale».
Tab. 2. Usa. Quota di reddito nazionale (Pil) delle famiglie americane più ricche (%).
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10% delle famiglie + ricche |
1% delle famiglie + ricche |
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Anni Venti (media) |
43,6 |
17,3 |
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2005 |
44,3 |
17,4 |
Fonte: P. Krugman, La coscienza di un liberal, Laterza, 2008, tab. pag 15.
Più uguaglianza, più ricchezza
Negli ultimi anni in America le disuguaglianze di reddito sono cresciute allo stesso livello degli anni Venti, come si vede dalla Tab. 2.
Tra la crisi finanziaria di oggi e quella del ’29 c’è in comune, dunque, la grande crescita delle disuguaglianze. Qual è oggi, in Europa e in Italia, la situazione della disuguaglianza? Siamo messi male perché a partire dagli anni Ottanta le disuguaglianze sono fortemente aumentate anche da noi con la parziale eccezione dei Paesi del Nord Europa, Paesi governati per molti decenni da partiti socialisti. In Italia, tra il 1993 e il 2003 ben sette punti percentuali del reddito nazionale sono passati dal lavoro al capitale, cioè da salari e pensioni a rendite e profitti e questo significa quasi 4mila euro l’anno sottratto a ciascuno dei 22 milioni di lavoratori, autonomi inclusi. Negli ultimi decenni si è molto allargata la forbice tra redditi alti e bassi. Vittorio Valletta, allora presidente della Fiat, nel 1966 guadagnava 60 volte i suoi operai; oggi il presidente Montezemolo guadagna 300 volte più di un operaio. Negli Usa il guadagno medio dei Ceo (amministratori delegati) delle aziende quotate è passato in 40 anni da 50 volte a 400 volte la media dei dipendenti. Anche in Italia, come può vedersi dalle Tabb. 3 e 4, le disuguaglianze sono aumentate.
1995 44,5
2000 47,5
2004 43,7
2005 48,0
Messico 26
Usa 16
Italia 12
Francia 6
Fonte: Ocse
(L’Autore, ingegnere e scrittore, già presidente di Nomisma, è attualmente presidente di una società di Business Intelligence chiamata Onesis Spa)












11 Gennaio 2009 alle 18:36
ottimo e sintetico scritto, ma parrebbe che i responsabili delle politiche economiche non vogliano in alcun modo redistribuire qualcosa perchè ciò implicherebbe un rovesciamento del fondamentalismo iperliberista che ha imperversato in questi anni.Chiedono ora la pronta azione dello stato salvatore che a spese di tutti li tragga dai guai che essi hanno creato,salvo poi rinnegare la validità della mano pubblica un minuto dopo .
12 Aprile 2010 alle 21:22
[…] netta complessiva. Una frattura impressionante, che non ha quasi eguali in Europa. «In Italia,» ha scritto Nicola Cacace, «tra il 1993 e il 2003 ben sette punti percentuali del reddito nazionale sono passati dal lavoro […]