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"Il seme sotto la neve"

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» Maggio 2008 » Glocal » Palermo

Più buio di mezzanotte
di Beatrice Agnello

Le ultime elezioni politiche hanno confermato lo strapotere nell’isola di personaggi come Cuffaro e Lombardo. La sinistra è stata duramente sconfitta. Ma anche associazioni e volontariato faticano a produrre progetti di cambiamento

Cchiù scuro i menzanotte un pò fare. È un modo di dire siciliano, significa «facciamoci coraggio, siamo al punto più basso, più di così non possiamo sprofondare». Lo stato d’animo diffuso a Palermo dopo le elezioni di aprile – fra i cittadini che hanno a cuore la qualità della vita civile, i problemi sociali e ambientali, il clima culturale – mi sembra che sia questo: più buio di mezzanotte non può fare.

E invece non è vero, potrebbe fare ancora più buio, se, per esempio, si sfaldasse Addiopizzo, l’associazione che si batte contro le estorsioni, nata qualche anno fa da uno sparuto gruppo di studenti, che è riuscita a imporsi come uno dei pochi elementi di speranza nel deserto; potrebbe fare più buio se le scelte antimafiose di Confindustria siciliana perdessero vigore mediatico e la linea di rinnovamento del suo attuale presidente Ivan Lo Bello perdesse influenza.

E farà certamente più buio su vari paesi e luoghi ameni del messinese, quando si cominceranno a costruire le colossali strutture a terra del ponte, che oscureranno letteralmente, sotto la loro ombra, pezzi di territorio di grande bellezza paesaggistica e di interesse ecologico, agricolo e turistico (quaggiù ci siamo ridotti a sperare che la Lega abbia la meglio nella coalizione di governo quando dice «prima di passare alla costruzione del ponte, dobbiamo realizzare le infrastrutture necessarie al Nordest»). Farà buio, ma in compenso sarà una festa sfolgorante per il sistema clientelare e mafioso, prospero attorno alle opere pubbliche che mettono in circolo denaro e lavoro, che si è attivato già fin dall’ideazione dell’opera e che nessun Maroni, nonostante le sue intenzioni di controllo stretto, riuscirà a bloccare: per farlo dovrebbe neutralizzare gran parte della stessa classe dirigente, che è sua alleata di governo. Alcuni (pochi) avranno un grande vantaggio in termini economici e di potere; parecchi si ingrasseranno all’ombra di quei pochi e potranno gestire anche una loro fetta di potere subalterno; molti avranno un lavoro come che sia (nella scarsità di prospettive occupazionali, già un colorato miraggio) che però non servirà a costruire un futuro migliore in una terra finalmente capace di usare le sue potenzialità, compresse da un vecchio sistema di potere ben stabile che sfoggia abiti nuovi sulla stessa carne flaccida, nutrita a clientele e cannoli, sprechi spagnoleschi, furbizie e cinismo.

Fedeli a Berlusconi

Non lasciamoci troppo rincuorare dai colpi che polizia e magistratura hanno messo a segno arrestando latitanti e condannando personaggi di spicco del Gotha mafioso: ottimi risultati, ma anche polizia e magistratura sanno bene che il mostro ha una capacità di riprodursi prodigiosa e alimentata da un brodo di coltura sociale propizio.

Del resto, alle elezioni di aprile, la Sicilia ha dato prova di sé ribadendo con numeri che non lasciano dubbi la sua indefettibile fedeltà a Berlusconi (già gratificato anni fa di un sonoro 61 a zero contro lo schieramento opposto) senza per questo deludere l’UDC – altrove staccatasi dal PDL e qui sua alleata – che nella regione vanta le sue facce peggiori, somiglianti persino nei tratti somatici ai comprimari dei film di mafia. Ciliegina sulla torta: ha eletto senatore Totò Cuffaro (presidente della regione uscente e boss dell’UDC isolana, appunto) condannato in primo grado da un tribunale per avere favorito dei mafiosi.

Segnale nuovo: abbiamo eletto presidente Raffaele Lombardo, rappresentante del movimento autonomista. Particolare non insignificante: la Sicilia è già dal 1946 regione autonoma e questo finora ha comportato soprattutto la possibilità di duplicare posizioni di potere e strumenti clientelari; privilegi personali (il trattamento economico dei deputati regionali è parificato a quello dei senatori della repubblica) e apparati burocratici. E di avere mano libera nella gestione delle risorse provenienti dallo stato e dall’Unione europea, in favore non dello sviluppo della Sicilia, ma di una logica spartitoria e dissipatoria.

La débâcle della sinistra

Per Anna Finocchiaro, sostenuta non solo dal PD ma anche dalla Sinistra arcobaleno, una débâcle che l’ha subito convinta a tornarsene al senato e a non perdere tempo a fare il capo dell’opposizione in una regione irrecuperabile; per il PD l’elezione di quattro gatti (quelli già programmati da una dirigenza regionale che più grigia non si può e da una direzione nazionale che ha usato le liste siciliane per piazzare candidature blindate, come quella della moglie di Fassino); per la sinistra radicale la scomparsa, come nel resto del paese (del resto, a parte un ottimo sindaco di Gela, Rosario Crocetta - un Nichi Vendola isolano – che personale politico ha la sinistra radicale da queste parti? Qualcuno che difende i pub aperti dai ragazzi nelle strade del centro storico di Palermo, anche quando non rispettano le regole della salute pubblica e della convivenza civile; parecchi che fanno campagna elettorale nei locali trendy e nelle belle terrazze degli amici; qualche donna che cerca di farsi strada spendendo più energie di quelle che la maggior parte degli uomini riesce a metterci).

Una sconfitta elettorale era quello che ci si poteva aspettare, visto che, qui come altrove, la sinistra – tutta la sinistra – non ha più da proporre un’idea di futuro e non è più identificabile come forza di cambiamento. Dopo il crollo del muro di Berlino non è nato nessun nuovo progetto di società, nessun orizzonte di senso. E nessuna prospettiva per il Mezzogiorno d’Italia e per gli altri Sud, quelli da cui si riversano ogni giorno a Lampedusa gli immigrati espulsi dalla miseria dei loro Paesi che sono ancora più a Sud.

In Sicilia, poi, alle elezioni, la sinistra si è presentata con ancor meno appeal che altrove: le candidature proposte hanno contraddetto clamorosamente le intenzioni proclamate di rinnovamento e depotenziato quell’impressione di idealismo sincero che Veltroni e Bertinotti riescono a dare, confermando invece feudi di un establishment molto, troppo, modesto; nepotismi nazionali e locali e dando alle liste l’impronta del solito cinismo ben lontano dal valorizzare il merito e la rappresentatività.

Le associazioni non ridono

Se la sinistra politica piange, le associazioni attive sul territorio, il volontariato e i singoli cittadini che coltivavano qualche speranza e profondevano impegno in progetti sociali e movimenti, certo non ridono, e non solo per i risultati elettorali. Sono stati un lievito diffuso durante le varie giunte municipali di Leoluca Orlando e hanno avuto il loro culmine con l’onda emotiva seguita alle stragi Falcone e Borsellino. Che ne rimane?

Mi dice un operatore, che si è impegnato per circa vent’anni nel centro sociale del quartiere di Ballarò, cuore del centro storico cittadino di Palermo: «Da un paio d’anni non ne faccio più parte. Per quanto un centro sociale non abbia molto più potere che quello di fare animazione culturale e cercare di arginare con la testimonianza e l’impegno personale le situazioni più degradate, mi sono arreso di fronte al fatto che, ancora dopo vent’anni, ci vedevano soprattutto come persone a cui chiedere una raccomandazione, un favore, e abbiamo avuto anche parecchi casi di qualcuno che frequentava il centro e nel frattempo faceva spaccio nella strada accanto o era addirittura coinvolto in giri di pedofili». Gli chiedo: «Ma c’è chi non ha mollato? Un impegno sociale nei quartieri esiste ancora?». «C’è questa faccenda dei fondi europei che gli ha fatto cambiare un po’ aspetto. Prima occuparsi del disagio sociale era solo impegno, ora è soprattutto un’occasione di lavoro retribuita. Per carità, assolutamente legittimo, ma spesso lo si prende come un impiego molto più che come un impegno».

Sì che lo so, ho lavorato anch’io per anni nel “terzo settore” e ho constatato di persona che in genere le cose non vanno in maniera diversa da qualsiasi azienda (mobbing compreso) e per di più che, visto che i soldi sono pubblici e non li rischia un imprenditore, spesso servono a finanziare la struttura aziendale – a favore di chi ci trova uno stipendio e principalmente dei capi che ne fanno uno strumento di potere – molto più che a produrre risultati.

Ma, soprattutto, quel che ancora esiste – organizzazioni che si occupano di migranti, diverse associazioni antimafia oltre ad Addiopizzo (realtà assolutamente positiva, ma meno forte di quanto appare mediaticamente) – non riesce a costituire un tessuto connettivo nella città. Singole attività e iniziative, scarne, come vasi non comunicanti; gruppi che sono piccole lobby con piccole sfere di influenza e che si frammentano molto più facilmente che non si aggreghino. Manca del tutto una prospettiva comune in cui confluiscano e si moltiplichino le energie.

Mancano punti di riferimento

È una caratteristica del DNA siciliano, ognuno è un’isola e “ogni testa è un tribunale”, ma oggi siamo proprio ai minimi termini. Si sente forte la mancanza di punti di riferimento politici, culturali, ideali. E di luoghi di confronto, elaborazione, amplificazione. Lontani i tempi in cui almeno c’era un giornale come L’Ora, voce non conformista che informava di notizie che altri tacevano, laboratorio di idee e strumento di battaglia. Repubblica Palermo non è mai riuscita a sostituirlo, piuttosto è uno specchio della frammentazione esistente.

E allora tutti a sproloquiare da soli davanti allo schermo di un computer, a farsi il proprio blog e farsi urlare nelle orecchie da piccoli guru della rete come Beppe Grillo.

Be’, per fortuna che cchiù scuro i menzanotte un pò fare.

(L’Autrice è nata e vive a Palermo, dove tiene laboratori di scrittura narrativa, dirige il semestrale di racconti “Margini” e fa parte della redazione della rivista di politica, cultura e ambiente “Mezzocielo”)

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