Lo scacco dell’élite progressista
di Matteo Di Gesù
Gli stereotipi del “Rinascimento palermitano” e della “Palermo irredimibile” non aiutano più a comprendere lo sviluppo di una città in cui i sogni di cambiamento sembrano ormai frustrati. E gli intellettuali , anche loro, non se la passano tanto bene
Una rivoluzione borghese abortita
Ma adesso che l’emergenza sembra passata, che alla sanguinosa stretta mafiosa e alla conseguente mobilitazione per cercare di liberarsene è seguita una mesta stagione di ordinaria cattiva amministrazione, di banale sonnolenza civile (fatte salve poche meritevoli eccezioni), ragionare sullo stato della cultura in città (piuttosto malmesso), considerare la vitalità dei suoi intellettuali (nel complesso assai scarsa) non solo mette un po’ tristezza, ma induce perfino a ridimensionare quanto è accaduto (e soprattutto quanto è rimasto) degli anni di quel presunto Rinascimento.
È quello che viene fuori dall’ultimo impietoso romanzo di Roberto Alajmo, La mossa del matto affogato, del resto. Racconta il tracollo di un impresario teatrale maneggione e truffaldino, capace di ritagliarsi un ruolo cruciale nello scenario culturale provinciale e conformista della Palermo di quegli anni inventandosi un avanguardistico “Teatro di poesia”, da ammannire a un pubblico pronto a sacrificare il proprio fondoschiena sulle inospitali panche del suo “spazio” teatrale in nome del sacro fuoco dell’arte. Una gran parte dei palermitani che hanno letto il libro (o che quantomeno ne hanno sentito parlare) si è affannata a riconoscere nel personaggio di Giovanni Alagna un riferimento reale, ostinandosi a ignorare l’evidenza di un romanzo allegorico. Lo sgradevolissimo Alagna incarna il fallimento culturale di una stagione velleitaria, e la sua rovina finale (ma proprio dall’epilogo prende avvio l’intreccio, in una sapiente costruzione retrospettiva narrata da una seconda persona che somiglia a una voce della coscienza o a una vaga ma incalzante presenza inquirente), è la metafora dello scacco di un’élite illuminata e progressista che sembrava poter portare a compimento la prima vera rivoluzione borghese della città e che si è invece presto impigrita, reiterando le sue consuetudini e i suoi riti. E la rapidità con la quale una destra grossolana e incapace (ma assai abile nella gestione clientelare del potere) ha saputo cancellare l’eredità culturale di quella stagione, dà la misura di quanto pencolanti fossero le sue fondamenta.
Vezzeggiati in Italia, ignorati in Sicilia
Eppure proprio dal panorama teatrale, che già aveva conosciuto l’intensa stagione del Teatro Garibaldi, sono venute fuori le novità più interessanti degli ultimi anni: dopo Claudio Collovà, più anziano di una generazione, sono stati tre autori tra i trenta e i quarant’anni a tirare fuori le cose più interessanti e a varcare lo stretto: Emma Dante, Davide Enia, Vincenzo Pirrotta. Eppure anch’essi incarnano l’ennesimo paradosso palermitano: vezzeggiati e pluripremiati in Italia, ammirati all’estero, da Parigi a Bucarest, da Stoccolma a Lisbona, faticano a trovare teatri cittadini che producano o addirittura ospitino i loro spettacoli. Emma Dante, dopo aver usato per anni le stanze di un centro sociale occupato per allestire i suoi lavori, ha recentemente affittato di tasca propria uno spazio: è l’emblema più eloquente dell’odierna sciatteria delle istituzioni politiche e culturali del capoluogo, tanto più se si pensa all’abbandono in cui versano i capannoni dei Cantieri culturali alla Zisa, un imponente progetto di recupero postindustriale avviato dalle giunte Orlando e appunto ripudiato dalle amministrazioni successive.
Chi può, resiste
E paradossale, a ben vedere, è anche il fatto che due dei libri più intensi che si possono leggere “su” Palermo siano proprio i loro testi “teatrali”: Carnezzeria, la drammaturgia della trilogia palermitana di Dante, e Rembò di Enia, epopea metropolitana di un giovane calciatore, trasferita felicemente dall’etere radiofonico alle pagine di un quasi-romanzo. Già, perché anche sul fronte letterario il meglio sembra essere passato: alla feconda stagione degli anni Novanta (con gli esordi di Fulvio Abbate, Alajmo, Calaciura, Conoscenti, Piazzese) è seguito un tripudio effimero di pessimi polizieschi e di altre scemenze, immancabilmente confezionate dosando sapientemente quell’esotismo domestico della sicilianità che tanto piace in continente. Rimane invece solida la tradizione del giornalismo d’inchiesta, che dalla scuola del glorioso “L’ora” dei Licata, dei Genco, dei Frasca Polara prosegue con Lirio Abbate, Bellavia, Lodato, Palazzolo, anche se probabilmente la pubblicazione più interessante degli ultimi tempi è la straordinaria ricerca dell’antropologo Ferdinando Fava, Lo Zen di Palermo. Antropologia dell’esclusione, frutto di sette anni di documentazione sul campo, dalla quale oltretutto si ricava un sapere critico che andrebbe recuperato per ripensare a fondo le pratiche culturali (sempre che si voglia ancora fare un uso politico della cultura).
Per il resto chi può, resiste. O si ostina a mettersi in gioco in una delle città col più alto tasso di disoccupazione e di povertà della nazione. Per esempio talentuosissimi autori di fumetti come Allegra e i suoi numerosi nipotini, da Algozzino a Stassi (ma ne sto omettendo parecchi). Animatori di riviste dalla marcata impronta civile e militante come “Mezzocielo” e “Margini”. Centri sociali straordinariamente munifici di iniziative come il Laboratorio Zeta. Perfino istituzioni come l’Istituto Gramsci Siciliano che, con la sua biblioteca e le sue iniziative, presidia quello che resta dei Cantieri culturali insieme al Goethe Institut e al Centre Culturel Français, sembrano quasi volersi far carico del deficit di iniziative e di interventi che la città patisce. Addirittura l’università – la facoltà di Lettere specialmente – non certo la prima agenzia che sarebbe venuto in mente a chi scrive, a proposito di cultura prodotta nel territorio, col territorio, per il territorio, prova a colmare questo disavanzo e a penetrare nel tessuto sociale.
Chissà che non si debba auspicare, piuttosto che un Rinascimento, una Distruzione e rifondazione di Palermo, per riprendere il titolo di un suggestivo racconto di Marcello Benfante, appena pubblicato nella raccolta Cassata a orologeria. O, più mitemente, guadagnare una prospettiva laterale, sghemba, come quella dalla quale Mario Valentini racconta la città nel suo In certi quartieri: per recuperare uno sguardo nuovo con il quale ritrovare Palermo.
(L’Autore, ricercatore di Letteratura italiana all’Università di Palermo, collabora con “Giudizio universale”, “